Solitudine, lente per leggere il presente. L’importanza di spazi per la relazione

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Venerdì 12 giugno Caritas Genova ha presentato le anticipazioni del Report Povertà, intitolato "Abitare le fragilità", con un incontro pubblico a Quasi Casa, in Piazza San Matteo.

Quasi Casa è un luogo di comunità, aperto, ibrido, con il quale Caritas Genova valorizza il protagonismo dei giovani come costruttori di relazioni tra pari, tra generazioni diverse, con il territorio, con le povertà. Luogo significativo, dunque, per presentare un rapporto che, oltre ai dati, coglie la solitudine come tratto comune a povertà diverse e quale condizione che attraversa gli strati sociali e le diverse età della vita, accostando giovani e anziani, confinando interi quartieri strutturalmente isolati, come nel caso di Ca' Nova - CEP.       

"Eppure non è bene che l'uomo sia solo - ha commentato aprendo l'incontro don Andrea Parodi, vicario episcopale per il servizio della carità - e se questa è la prima preoccupazione del Creatore verso le sue creature, come ci racconta Genesi, allora farsi carico della solitudine come nuova forma di povertà è rispondere alla sollecitudine di Dio, costruire il suo Regno, rendere concreto il Vangelo della carità." 

"La solitudine ci riguarda e dovremmo assumerla come una lente per guardarci meglio e comprendere il presente" ha osservato Maddalena Bartolini, sociologa e ricercatrice che, insieme alla collega Ottavia Salvador, nell'ambito del progetto di Caritas Italiana "Percorsi di Speranza", ha curato la ricerca sociale e partecipativa sul quartiere Ca' Nova di cui il Report offre qualche anticipazione.

"Quando siamo arrivate a Ca' Nova - racconta Bartolini - ci siamo sentite sole, di fronte ad un luogo così ampio e confinato, poco conosciuto. Le solitudine di Ca' Nova è evidente nelle stesse strutture immobiliari e l'isolamento è dettato dalle politiche abitative, sociali e persino di mobilità urbana che nei decenni hanno tenuto il quartiere lontano dalla città e che fanno sentire le persone sole. Molte di loro sono arrivate qui anni fa, per assegnazione di casa popolare, e ormai sono anziane, spesso allettate, lontane dai servizi sociali e sanitari necessari. La solitudine di questa condizione ci è venuta addosso ma ci ha anche obbligate a trovare un modo per entrare nella sensibilità di questo territorio e la prima chiave di accesso sono stati i Frati Minori Francescani di Voltri, che ci hanno portato con loro a far visita alle famiglie e alle persone più in difficoltà. Avere modo di accompagnare questi gesti concreti di condivisione è stato un modo molto potente di entrare nel territorio. E seguendo questo percorso abbiamo scoperto le luci che resistono al buio dell'isolamento e che sono la speranza di cui avere cura."

Carlo Andorlini, formatore e docente all’Università di Firenze, membro del consiglio nazionale del Terzo settore, è tornato a Quasi Casa per l'occasione del Report: c'era già stato all'inizio del percorso di riprogettazione di questi spazi, per offrire un contributo di senso al progetto di farne uno spazio di comunità: "Quasi Casa è la risposta che serve alla solitudine che ci pervade in modo molto preoccupante e di cui non ci accorgiamo, perché ormai pensiamo che sia normale" ha spiegato Andorlini.

"Pensiamo che sia normale mangiare da soli, tanto che in Giappone esistono già ristoranti appositamente dedicati; che sia normale che una città come Milano abbia il 50% di cittadini che vivono da soli. Pensiamo sia normale servirsi al self-service, pagare alle casse automatiche, non avere più negozi di vicinato, non frequentare gli amici, un dato quest'ultimo in costante diminuzione. Cose che sembrano banali ma invece sono indicatori di una solitudine strisciante, che mina la qualità delle relazioni, che costruisce strutture sociali e fisiche isolanti. Dobbiamo mettere l'infrastruttura delle relazioni prima di ogni altra infrastruttura materiale."

"La solitudine - ha concluso Andorlini - è il risultato delle nostre responsabilità: o ci impegnano seriamente nelle infrastrutture relazionali o molte strade ci porteranno alla separazione gli uni dagli altri. Possiamo e lavorare a reti relazionali più che formali. E poi, curiamo la bellezza: le cose e le strutture brutte sono fattori di solitudine. E, dobbiamo dircelo, anche il mondo sociosanitario ha prodotto spazi brutti che non aiutano realmente le persone nel loro percorso di vita. Preoccupiamoci di intrecciarci, di creare contesti: per questo gli spazi ibridi come Quasi Casa sono così importanti."