I. Gesù e la fame della gente.
Il racconto della moltiplicazione dei pani -presente nei quattro Vangeli, Marco ne racconta due- è un passaggio particolarmente intenso dove sono espressi i sentimenti di Gesù: “Vide una grande folla e sentì compassione per loro” (Mt.14,14). “Sento compassione di questa folla perché già da tre giorni mi stanno dietro e non hanno da mangiare” (Mc.8,2).
“Dategli voi stessi da mangiare”. Gesù vuole il bene anche corporeo della gente. Si rende conto che hanno fame e opera ,chiedendo la collaborazione degli apostoli, perché la folla sia sfamata. Paolo VI in EN ha scritto la promozione umana é parte essenziale della evangelizzazione”. Dopo il Sinodo del 1971 dove i Vescovi non erano giunti a una intesa circa l’impegno della Chiesa: evangelizzazione e impegno sociale.
Gesù di Nazareth, Figlio di Dio, non è amico della sofferenza, della fame… Cosi la sua Chiesa.
E’ una costante biblica l’immagine di Dio che cura e nutre il suo popolo.
Dicono gli esegeti che quando nella preghiera insegnata da Gesù egli invoca il Padre: “Dacci oggi il pane quotidiano”, si tratta anzitutto del pane della mensa, del nutrimento corporeo. Certo quel “pane” contiene anche significati simbolici, primo fra tutti il pane dell’Eucarestia.
Nel brano evangelico ascoltato, alla folla che lo sta cercando, quando lo raggiunge, Gesù così la apostrofa: “Voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato e vi siete saziati. Impegnatevi non per il cibo che perisce ma per il cibo che dura per la vita eterna”. Ma è lui che li ha saziati e ora li rimprovera…
Il punto nodale è: “Non avete visto dei segni”. Gesù non è contro la sazietà, ma contro il ridurre tutto a sazietà. La nature umana è incline, e oggi gli incentivi sono molteplici in questo senso, a ridurre la realtà ad una unica dimensione. Tutto diventa facilmente evidenza, e si cancella il mistero.
Gesù intende promuovere l’uomo e per questo non permette che tutto sia unidimensionale, e si schiera a questo scopo, perché la realtà sia vista in tutta la sua ricchezza, che non è semplicemente l’evidenza.
Prezzolini, grande interlocutore laico di Paolo VI, ha scritto: “Se le cose sono soltanto cose, nulla ha senso, ma le cose sono un mistero”.
Don Lorenzo Milani, al giovane sindacalista Pipetta che gli aveva chiesto aiuto per conoscere tutte le leggi a favore dei lavoratori, il parroco di Barbiana dirà: “Ricordati, Pipetta, che quando avrai raggiunto i tuoi obiettivi come sindacalista, io ti tradirò, perché a me non basta la difesa dei tuoi diritti come lavoratore, io per te voglio l’eternità!”
Gesù dice alla folla: avete mangiato i pani moltiplicati e vi siete saziati, ma non avete visto il segno. Se nella vita dell’uomo scompare il linguaggio simbolico la vita si fa arida, sterile, infeconda, aprogettuale, spenta. La vita diventa grigia, piatta, derubata di creatività.
Vorrei tornare un momento al messaggio evangelico nel suo insieme. Mi pare curioso, e anche un po’ intrigante, il fatto che Gesù di Nazareth parte solitamente dalla realtà per coglierla come un segno: Guardate gli uccelli del cielo, guardate i gigli del campo… per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, né di quello che indosserete… gli uccelli del cielo non seminano, non mietono, né ammassano nei granai eppure il Padre vostro celeste li nutre… i gigli del campo non lavorano e non filano, eppure io vi dico che neanche Salomone con tutta la sua gloria vestiva come uno di loro… (cfr.Mt.6,25 seg.).
Ma a volte il Maestro non tiene di conto della realtà, ma va dritto, quasi con violenza – certo con sorpresa nostra – a quello che sta dietro la realtà, anche se colui che è depositario d’una realtà molto pesante non pensa minimamente a quello che sta dietro il suo bisogno. Sto pensando all’episodio del paralitico portato a spalle dai quattro barellieri che scoperchiano il tetto della casa per deporre l’infermo davanti a Lui. Ma inizialmente Gesù sembra quasi non voler vedere la realtà, la paralisi, e dice all’infermo: “Ti sono perdonati i tuoi peccati” (Mc.2,1-5).
Quello che intendevo dire è che Gesù, così mi sembra, parte a volte dalla fame biologica, e a volte dalla fame di senso….
Detto questo, innanzi al vostro tema “Fame di che?” su che cosa rifletteremo?
Di fronte al nostro mondo noi cristiani diciamo: certamente fame di pane, di lavoro, di casa, di sanità, di alfabetizzazione, di promozione umana globale. Ma una promozione veramente umana dei soggetti va oltre le evidenze e restituisce alla persona la dimensione del Mistero.
Ho pensato allora che potessimo questa mattina muoverci su due livelli che non sono separati l’uno dall’altro: una parola sul tema della fame e del cibo e una parola sulle fami di cui il bisogno di cibo è simbolo.
II. La fame nel mondo, oggi.
Il 2015 è l’anno dell’Esposizione Universale di Milano sul tema del cibo. Da Papa Francesco al nostro Presidente della Repubblica, grande cristiano, a molteplici firme sulla nostra stampa e su quella internazionale, ne hanno parlato e ne stanno parlando. Non possiamo non essere informati ma anche l’informazione non basta, anzi può essere un alibi. Occorre un impegno serrato contro la fame. Caritas Internazionale ha tenuto a Milano una giornata su questo argomento. Al Forum Internazionale sull’Agricoltura, il Cardinale Peter Tukson, africano, Presidente del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace ha ringraziato i giorni scorsi il ministro tedesco Peter Bleser che aveva aperto il proprio intervento citando parole di Papa Francesco: “La fame è mancanza di solidarietà”. Sempre a quel Forum il vice-ministro dell’Agricoltura Cinese ha detto il valore geopolitico del tema del cibo con queste parole: “La sicurezza alimentare è un diritto fondamentale ma è anche problema di sicurezza mondiale: più di 800 milioni di persone alla fame rendono difficile che vi sia una pace duratura”.
E’ stato pubblicato in Italia da poche settimane un volume intitolato “La Fame” di un autore latinoamericano, Martin Caparròs, ove si legge: “Conosciamo la fame, abbiamo fame due, tre volte al giorno. Nelle nostre vite non esiste niente che sia più costante, più presente della fame e, al tempo stesso, per la maggior parte di noi, niente è più lontano dalla fame vera. Tra la fame ripetuta, quotidiana, saziata ripetutamente e quotidianamente che viviamo noi, e la fame disperante di chi non può soddisfarla, c’è tutto un mondo… Ancora oggi in alcuni Paesi ogni cinque secondi un bambino sotto i dieci anni muore di fame, in un pianeta che, pure, straripa di ricchezze. Allo stato attuale l’Agricoltura potrebbe nutrire senza problemi 12 miliardi di esseri umani, quasi il doppio della popolazione attuale…” (M-Carròs, La Fame, pag. 6-7)
E’ stato detto, anche autorevolmente, che “dobbiamo essere la generazione fame zero. Una generazione, che dopo secoli di lotta per l’accaparramento delle risorse dirà per sempre addio all’insicurezza alimentare, poiché è possibile eliminare questa piaga nel corso della nostra esistenza”.
Caritas Internazionale ha segnalato come le conseguenze dell’insicurezza alimentare vanno oltre la malnutrizione: la fame ha impatto sui tassi di criminalità, sul rafforzarsi della corruzione, sulla diffusione non soltanto di malattie legate alla malnutrizione stessa ma anche a disturbi psicologici come la depressione. Gli enormi progressi che sono stati fatti in questi anni nella lotta alla fame non devono farci perdere di vista che ci sono ancora circa 800 milioni di individui che versano in uno stato di fame cronica. Non tutti i Paesi sono uguali e la guerra alla fame non é nemmeno iniziata in tante aeree, in Africa in particolare.
Mi pare valga la pena di citare, in questa mattinata d meditazione e preghiera, le parole di Sergio Mattarella pronunciate i giorni scorsi all’Expo 2015, dopo aver esortato a firmare la Carta di Milano contro la fame nel mondo: “La lotta alla povertà è oggi, ancor più che nel passato, condizione di sicurezza del genere umano e della Terra. E’ il nome nuovo della pace. Il cibo e l’acqua per tutti, lo sviluppo sostenibile, la biodiversità, il superamento dell’economia dello spreco sono più di un dovere morale. Sono una prova di intelligenza. Se non saremmo capaci di guardare oltre il breve periodo, ruberemo il futuro ai nostri figli.”
Soltanto due giorni fa, l’11 giugno, Papa Francesco ha ricevuto i partecipanti alla 39ma Sessione dell’Organizzazione dell’ONU per l’alimentazione e l’agricoltura, la FAO e ha rivolto loro parole severe. Cito qualche passaggio: “Auspico che prevalga decisamente la responsabilità di rispondere in concreto agli affamati… Invece di agire preferiamo delegare, e delegare a tutti i livelli. Dobbiamo invece rispondere all’imperativo che l’accesso al cibo necessario è un diritto di tutti. I diritti non consentono esclusioni… Può certo consolarci sapere che quel miliardo e 200 milioni di affamati del 1992 si è ridotto, anche con una popolazione mondiale in crescita. Serve poco però se tralasciamo l’obbligo di debellare la fame e prevenire qualsiasi forma di malnutrizione in tutto il mondo… Preoccupano molto le statistiche sugli sprechi: sotto questa voce finisce un terzo degli alimenti prodotti… Proviamo ad assumere con più decisione l’impegno di modificare gli stili di vita… La sobrietà non si oppone allo sviluppo, anzi è ormai evidente che è diventata una sua condizione… Domandiamoci: quanto incide il mercato con le sue regole sulla fame nel mondo? Ci preoccupano i cambiamenti climatici, ma non possiamo dimenticare la speculazione finanziaria… Proviamo a percorrere un’altra strada convincendoci che i prodotti della terra hanno un valore che possiamo dire “sacro”, perché sono frutto del lavoro quotidiano di persone, famiglie, comunità di contadini… Preoccupa sempre più l’accaparramento delle terre coltivabili da parte di imprese transnazionali e di Stati che priva gli agricoltori di un bene essenziale. Sono molte ormai le Regioni in cui gli alimenti prodotti vanno verso l’estero e la popolazione locale si impoverisce doppiamente perché non ha alimenti, né terra. Dobbiamo cominciare dalla nostra quotidianità, coscienti che i nostri piccoli gesti possono garantire la sostenibilità e il futuro della famiglia umana.”
III. Fame di che? Un linguaggio simbolico
Sui muri dell’Università d Genova, in anni lontani, nell’autunno 1977, richiamava l’attenzione questa scritta: “Non ci basta il pane, vogliamo anche le ROSE”.
Il cibo è indispensabile. Gesù ha sfamato le folle, i suoi discepoli continuano a farlo. Ma come Gesù esortava la folla a leggere nei pani moltiplicati la presenza di un segno, così noi siamo animati dal desiderio forte che l’umanità, insieme alla risposta del pane alla sua fame biologica, trovi risposte anche ad un’altra incancellabile fame che la abita.
“Non ci basta il pane, vogliamo anche le rose”
Provo a dire, forse solo ad elencare, quali sono le “rose” che l’umanità, spesso inconsapevolmente, cerca. Forse un vocabolo comune che comprende tutte le rose, è la fame di senso. Ma il senso, a mio parere, è plurimo. Allora, oltre la fame di pane, quali altre tipologie di fame?
1. Fame di compimento
La persona umana è un capolavoro incompiuto. E il mio compimento non è nell’altro che amo, sia nella vita coniugale, come nell’amicizia. L’altro che amo è presenza prioritaria perché camminiamo insieme ,ciascuno verso il proprio compimento. Compimento della donna e dell’uomo non la finitezza dell’altro simile, ma l’Altro che è tutt’Altro da me, l’Infinito. Quando ci si ama, diceva Platone, non amiamo l’amato, ma in realtà amiamo l’Amore, di cui l’altro non è che un frammento. Non siamo riducibili a nessuna evidenza. La nostra genuina realtà è il Mistero. Karl Rahner ha scritto: “Il Mistero santo e ineffabile che noi chiamiamo Dio”. “Fecisti nos ad te”, “ci hai fatti per te”, recita S. Agostino, E di Lui dice: “Intimius intimo meo, superior summo meo”, “più intimo della mia intimità, ma superiore alla mia sommità”. Per questo Simone Weil, nel suo commento al Padre Nostro, scrive: “Dobbiamo essere felici di sapere
che egli è infinitamente fuori della nostra portata”.
2. Fame di ospitalità
Stiamo vivendo un tempo che sembra ossessivamente preoccupato, per il narcisismo che ci abita, delle identità individuali e collettive, intese come un culto dei propri confini, come una autodifesa. E trascuriamo la fame di relazione che ci struttura. Solo nella relazione con l’altro mi è restituita la mia identità. Per l’antropologia biblica siamo creati a immagine e somiglianza di un Dio che ci è stato rivelato come una eterna ospitalità tra, dice S. Agostino, il Padre l’Amante, il Figlio l’Amato, lo Spirito Santo l’Amore. Esistere, nel suo etimo latino, ex-sistere, significa stare fuori da sé. La persona umana esiste davvero solo se esce da sé e si relaziona con l’altro. L’ospitalità di cui si ha fame domanda il cibo del riconoscimento. La qualità della nostra vita è condizionata da quell’essere riconosciuti, che ci fa sperimentare la nostra dignità. E’ indispensabile essere chiamati per nome, apprezzati. Vi sono spesso in una persona, un bambino come un anziano, risorse nascoste che non germoglieranno mai perché non sono state visitate dal calore d’uno sguardo ospitale. Un vivere sociale “liquido” di cui parla Zigmund Bauman, rende facilmente i nostri rapporti sfuggenti, lievi, discontinui e non sazia la fame di accoglienza che ci portiamo dentro.
3. Fame di speranza
Pare che la speranza sia l’attitudine o la virtù maggiormente in crisi. Ed è frutto d’una mancanza di memoria. Sperare è questione di radici, non di fronde. E’ la memoria che genera speranza. Solo se memori della nostra storia personale e comunitaria possiamo sperare. Ad esempio la memoria dei santi, donne e uomini innamorati di Dio e dell’uomo, induce a sperare nell’oggi. A credere cioè che quanto ci sembra spesso impossibile è invece percorribile. Kierkegaard diceva: ”Non è la via che è impossibile ma l’impossibile è la via”. La carenza di memoria, e quindi di speranza, rende impraticabile il definitivo. Perché non ci sposa o non si fanno altre scelte che prendono tutta la vita? Perché ci si ritiene capaci di vivere segmenti di storia, ma non una storia piena. E questo perché si manca di speranza nelle proprie risorse, e non si fa memoria di scelte definitive. La fame della Grande Speranza passa per la fame di piccole speranze. Queste, le piccole speranze, non sono alternative alla Speranza Grande, ma sono viatico ad essa. Piccole speranza sono un volto amico, una parola che faccia compagnia al cuore, un gesto solidale. Abbiamo fame di piccole speranze che sostengono nella tensione verso la Grande Speranza.
4. Fame di generatività
Due docenti della Cattolica, Mauro e Chiara Magatti, nel loro libro Generativi del mondo unitevi” hanno lanciato un appello perché ogni persona trovi il significato della propria vita nel generare vita. E’ un desiderio profondo e incancellabile ,una fame, iscritta in ogni donna e in ogni uomo. Si é tutti chiamati alla genitorialità. E quando questo non accade c’é frustrazione, tristezza, solitudine. C’è oggi una grande latitanza di figure genitoriali, eppure é profondamente presente la fame di madri e di padri, come pure di figli e di figlie. Ci si riempie di oggetti, mentre invece il nostro io profondo domanda, esige che generiamo figli, che mettiamo su famiglia. E Massimo Recalcati dice che la paternità, o maternità, è sempre adottiva. “Dire: ‘Sì, tu sei mio figlio’ aldilà del sangue, aldilà della stirpe, aldilà della biologia”. Un autrice francese, Francoise Dolto, diceva che abbiamo nel Vangelo la figura più radicale di paternità in San Giuseppe, che dice sì aldilà della biologia, che adotta la vita aldilà della continuità di sangue. Viene citato un autore della contemporaneità Clint Eastwood che in sue opere recenti Million Dollar Baby e Gran Torino presenta esempi formidabili di questo sì alla vita, di questa adozione della vita aldilà del sangue, aldilà della genealogia.
5. Fame di misericordia
Senza perdono la vita umana non è vivibile. Abbiamo tutti fame di misericordia. La nostra esistenza è una storia di infiniti perdoni, ricevuti, e spesso anche donati. Ci è dato in quest’epoca un magistero instancabilmente dedito all’annuncio della Misericordia di Dio. Ci prepariamo al Giubileo della Misericordia. A mio parere la Bolla “Misericordiae vultus” è un piccolo capolavoro di teologia e di spiritualità. E’ scritto in quel testo che la misericordia è “l’architrave” che sorregge la Chiesa. Perché è anzitutto l’architrave che sorregge la vita di ognuno, la vita delle famiglie, e di ogni comunità. L’uomo é affamato di riconciliazione, di misericordia, ma la cultura imperante non la conosce . Una Chiesa ospedale da campo, una Chiesa accidentata, ferita e sporca, per essere uscita per le strade (EG 49), come ha scritto Papa Francesco, è una Chiesa che vive e annuncia la Misericordia. La Chiesa è per natura una comunità di guarigione e ogni uomo spera di trovare sulla propria strada un samaritano buono che lo carichi sul suo giumento e lo accompagni alla locanda.
6. Fame di bellezza
L’uomo ha fame anche di bellezza. Sul nostro quotidiano cattolico del 3 giugno 2015 il Padre Marko Rupnik ha scritto: “Ci hanno inchiodato sull’etica e sulla morale , ma una Chiesa “brava” (efficiente) non attira nessuno ,perché è solo una Chiesa bella che fa innamorare”. Nel Vangelo di Giovanni, dopo la lavanda dei piedi, Gesù invita gli apostoli a fare altrettanto. Un autore ha commentato che l’evangelista usa per “fare” il verbo greco “poieo”, che non è il semplice verbo del fare manuale ma il verbo della “poesis”, poesia. E aggiunge quell’autore che Gesù chiede agli apostoli che la lavanda dei piedi sia fatta con un tale garbo da diventare poesia, bellezza. Continua il Padre Rupnik: “Abbiamo una Chiesa intraprendente, stanca per quanto bene realizza, che però non affascina nessuno. Siamo bravi ma nessuno ci vuole seguire”. Siamo cercatori affamati di verità e di amore, ma è soltanto la bellezza che manifesta la verità come amore.
7. Fame di insegnanti
Non si tratta tanto di trasmettitori di idee di cui si ha fame, ma di insegnanti che siano maestri, come diceva Paolo VI, perché sono testimoni. Esiste una bella etimologia di insegnante. Pare che venga da “segno”. Vogliamo insegnanti che siano un segno. Mi diceva recentemente un giovane: “Nel mio ambiente di lavoro e di vita, non so dove voltarmi, perché cerco qualcuno che sia affidabile ma ho grande difficoltà a trovarne” . La gente è stanca di corruzione e di infedeltà. Mi pare che ci sia veramente fame di donne e uomini fedeli, la cui vita trasparente ci trasmetta il desiderio del bene. E in un mondo diversificato e pluralista abbiamo fame di persone che vivono la “cultura dell’incontro”, del dialogo, della ricerca comune. E’ stato pubblicato dall’editore Gribaudi il volume “Città marxista, terra di missione” di Madeleine Delbrel, dove è riportata una lettera del Sindaco marxista di Ivry, scritta in tempi difficilissimi a Madeleine, la grande apostola del mondo operaio. Il testo recita: “Eccoci dunque, lei e io, amici e nemici nello stesso tempo. Lei ha ricevuto la forza di parlare a tutti da parte di Dio e io sono fedele al mio Partito Comunista. Ciascuno di noi proclama la sua certezza, e la fedeltà che lei mi mostra nel perseguire il suo obiettivo é un conforto nel perseguire il mio”. Abbiamo fame di insegnanti che con la loro vita diventino “segni”, e siano maestri di rispetto, dialogo, incontro col diverso.
8. Fame di ispirazione
Le preoccupazioni del vivere quotidiano restringono i nostri orizzonti alle necessità del vivere più feriale, ma vorremmo anche volare alto. Ci accorgiamo che il piccolo cabotaggio ci soffoca, e abbiamo fame di spingerci in mare aperto. Non vogliamo tanto imparare cose nuove, ma vorremmo ritrovare il sapore delle cose più antiche, e che ripetiamo ogni giorno anche nelle verità della fede, ma non riusciamo più a gustarne lo spessore. Abbiamo smarrito lo smalto dei gesti che compiamo, quelli della vita familiare come anche i gesti sacramentali. Tutto ci appare piatto, uniforme, monocorde. Crediamo che lo Spirito é creativo, ma n noi non c’é creatività. Abbiamo fame di ispirazione per saper sognare il sogno di Dio sulla nostra vita, abbiamo fame di passione per spendere ogni attimo della nostra esistenza. Sappiamo che della vita rimane solo quello che abbiamo donato, ma non ritroviamo l’energia vitale che ci autorizzi a compiere il salto della gratuità. Abbiamo fame di silenzio, di ascolto. Abbiamo fame di Parola che circoncida il nostro cuore e lo faccia vibrare Abbiamo fame di preghiera. Ho sentito un uomo dire “quando chiedo il pane quotidiano nel Padre nostro. domando anzitutto il pane che faccia di me non un uomo di tutti i giorni, ma un uomo ogni giorno nuovo.”
9. Fame di promessa
Esistono volti promettenti. Basta guardarli e si riprende quota. Ma ne esistono altri, troppi, che non promettono nulla che possa nutrire l’anima. Abbiamo fame di promessa, perché senza promessa non c’é obbedienza. La prima obbedienza è alla vita. Ma se la vita non contiene promessa. come obbedirle? Abbiamo fame di promessa perché non vogliamo una vita trainata, rimorchiata, svuotata d’ogni pensiero. Ma il pensare provoca angoscia, dicono molti, e l’unica scelta è arruolarsi in un’armata ove azioni e parole sono preconfezionate, quasi come automi. E pare che oggi l’unico diversivo possa essere offerto, ma non è la promessa cercata, dalla tecnologia digitale. Abbiamo fame di promessa e ne siamo cercatori in un libro, in un evento, in un annuncio, anche in una canzone. Un critico ha scritto che l’ultimo film di Nanni Moretti “Mia Madre” sulla elaborazione del lutto è un documento promettente per l’uomo. Mi chiedo se il Vangelo è davvero la promessa della mia vita. Indispensabile una lieta notizia per poter vivere. Interpello me stesso e mi chiedo se la mia vita di prete, i miei annuncia sono promettenti. Chiediamoci se le nostre comunità cristiane sono, sul territorio, per uomini e donne alla ricerca di una promessa, spazi sani di riferimento.
10. Fame di benedizione
La Sacra Scrittura e la nostra Liturgia ci educano a benedire Dio, lodarlo, ringraziarlo, glorificarlo. Benediciamo, cioè diciamo bene del Signore per le meraviglie da lui compiute e che continua a compiere.
Ma noi abbiamo fame di una benedizione che ricada su di noi, sulle nostre case, sulla nostra gente, il nostro lavoro, il mondo intero. La storia che stiamo vivendo ci parla di guerre, violenze e di vere follie di barbarie. Il dolore del mondo é immenso e ci sgomenta. Accade che le emozioni che maggiormente ci abitano sono l’angoscia e la paura. In questi giorni guardando le immagini degli emigranti accampati alle stazioni di alcune città, o boccati alla frontiera di Ventimiglia, quali sentimenti proviamo? E’ difficile dire-bene, benedire, quello che accade, eppure abbiamo fame di benedizione.
In tempi molto lontani e assai duri per guerre e ingiustizie, quando i Cristiani d’Europa si armavano per le Crociate, Francesco d’Assisi si è imbarcato da Venezia per andare a dialogare col Sultano, con cuore benedicente. L’umanità ha oggi un immenso bisogno d’essere guardata con lo sguardo di Dio, che é sempre e comunque, uno sguardo di simpatia misericordiosa. Noi stessi abbiamo bisogno di questo sguardo su di noi. E come discepoli di Gesù di Nazareth siamo chiamati ad essere uomini e donne benedicenti tra di noi e per tutti gli uomini. Benedicenti perché cercatori instancabili del bene, che almeno in minuti frammenti abita in ogni cuore.
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Ho iniziato citando una domanda: oltre il pane anche le rose. Concludendo, provo a dire quali secondo me sono, in estrema sintesi, le rose il cui profumo é indispensabile a noi e al mondo. Ho trovato questo profumo di rose in un testo che è il testamento di uno ritenuto il grande genio della Carità , Vincenzo de Paoli. A poche ore dalla morte a una giovane contadina venuta per servire i poveri ha detto: “Ti accorgerai presto che la Carità è pesante da portare, più della pentola della ministra e del cesto del pane. Ma tu dovrai conservare la tua dolcezza. Non è tutto dare la minestra e il pane; questo anche i ricchi possono farlo. Tu sei la piccola serva dei poveri sempre disponibile. Loro sono i tuoi signori, dei signori terribilmente suscettibili ed esigenti. Allora più saranno brutti e sporchi, più saranno ingiusti e volgari, più dovrai donare loro il tuo amore. Non è che per il tuo amore, per il tuo amore soltanto, che i Poveri ti perdoneranno il pane che dai loro”.
Se le rose che noi cerchiamo e la fame più umana, la più radicale, non fosse che fame d’Amore? Affidiamo insieme alla Madre di Dio, in questa sua casa, tutte le fami del mondo.
Grazie.
Affidiamo alla Madre di Dio in questa sua casa tutta la fame del mondo.
