Il Messaggio del Papa per la Giornata Mondiale della Pace del 1° gennaio 2026 ci invita ad assumere la nonviolenza come scelta concreta, quotidiana, verificabile e ci chiede in definitiva un cambio di sguardo.
Uno dei passaggi più noti fin dal primo discorso dalla loggia di Papa Leone XIV è la definizione della pace come forza «disarmata e disarmante». Una realtà e una forza che riguarda non soltanto il tema degli armamenti e del disarmo, ma le logiche interiori che sorreggono il conflitto: la paura, la diffidenza, la ricerca del nemico.

È la stessa pace che Gesù ha incarnato: il Servo mite di cui parla Isaia (Is 42,1-4.6-7), che non grida né alza la voce, porta giustizia senza violenza, apre gli occhi ai ciechi e libera i prigionieri, rivelando una forza disarmata che illumina le nazioni. E proprio Isaia aggiunge: «Non verrà meno e non si abbatterà, finché non avrà stabilito il diritto sulla terra».
È un’immagine potentissima di nonviolenza attiva: una mitezza che non si ritrae, una forza che non cede allo scoraggiamento, una perseveranza che continua a operare finché la giustizia non prende forma. La pace, allora, prende forma in gesti semplici ed esigenti - ascolto, fiducia, accoglienza, perdono - che non hanno nulla di eroico, ma sono realtà generative.
Negli stessi giorni, durante l’Angelus di Santo Stefano, il Papa ha ricordato come la scelta della nonviolenza esponga spesso al ridicolo o all’emarginazione. È il destino di chi rifiuta la scorciatoia della forza: «Chi oggi crede alla pace e ha scelto la via disarmata di Gesù e dei martiri è spesso ridicolizzato, spinto fuori dal discorso pubblico e non di rado accusato di favorire avversari e nemici». Eppure, proprio questa scelta rivela una forza diversa: non impone, non occupa la scena, ma incide nel tempo.

NO AD UNA LOGICA DELL'AVVERSARIO
La nonviolenza non è rinuncia, è una forma di coraggio che continua a riconoscere sempre la dignità dell’altro, in ogni momento e in ogni contesto. La pace disarmante è quindi una forza capace di agire dall’interno dei conflitti. Non risponde al male, ma ne interrompe il meccanismo; non accetta la logica dell’avversario, ma la mette in crisi.
È una resistenza attiva che rifiuta la rassegnazione e non delega ad altri la responsabilità del cambiamento. In questa prospettiva, la pace appare come un lavoro paziente. Si costruisce attraverso relazioni concrete, è fatta di cura e di prossimità. Sta nelle parole misurate, nei gesti che non chiudono, nella capacità di restare anche quando sarebbe più semplice sottrarsi. È un compito semplice e poco vistoso, ma forte e decisivo.
DAR VITA ALLE CASE DELLA PACE
Papa Leone XIV ha invitato la Chiesa italiana a dar vita nelle parrocchie e nelle diocesi a vere e proprie «case della pace». Non strutture simboliche o teoriche, ma luoghi in cui la nonviolenza diventa prassi: spazi per ricomporre conflitti, per sostenere chi è fragile, educare a una convivenza non aggressiva. Laboratori di umanità in cui la fraternità non è solo proclamata, ma ha la capacità di diventare pace organizzata.
In questa prospettiva, la Caritas può svolgere un ruolo essenziale, perché sappiamo che la pace non coincide con l’assenza di guerra, ma con il contrasto quotidiano a povertà, esclusione e ingiustizia. Dove qualcuno è lasciato indietro, la pace è compromessa; dove una persona viene accolta e accompagnata, la fraternità riprende spazio.
LE NARRAZIONI SENZA SPERANZA
La pace è pratica concreta di prossimità, non è una posizione astratta o ideologica, ma una scelta che coinvolge il corpo, la presenza, l’assunzione di responsabilità verso chi è scartato. È una pace che si gioca sul terreno della realtà, là dove la dignità delle persone è minacciata e dove stare dalla parte dei fragili significa esporsi.
Il Papa mette anche in guardia dalle «narrazioni senza speranza», quei discorsi che presentano la guerra come inevitabile e la pace come un’ingenuità. Sono narrazioni che paralizzano, che spengono il desiderio di cambiare, che rendono la rassegnazione più forte della responsabilità. Contrastarle non è ottimismo ingenuo: è resistenza profetica. In un tempo in cui domina la logica della paura, della contrapposizione e dell’ineluttabilità del conflitto, queste narrazioni diventano veri e propri dispositivi culturali che modellano lo sguardo e impediscono di immaginare alternative.
Per questo il Papa chiede di smascherarle e di opporre loro parole che aprono possibilità, che restituiscono fiducia, che mostrano che la storia non è consegnata al destino della violenza. Contrastare le narrazioni senza speranza significa custodire la capacità di vedere germogli di bene anche nei contesti più oscuri, e continuare a credere che la pace non è un’illusione, ma una responsabilità condivisa.
LA PACE "SELVATICA"
In questi stessi interventi natalizi, il Papa ha parlato anche della «pace selvatica»: una pace non addomesticata, non addolcita, non ridotta a buonismo. È la pace che cresce nelle crepe della storia, come un germoglio che spunta tra le pietre; una pace che non si lascia piegare dal potere e non si adegua alla logica della forza. È una pace che disturba, perché chiede verità, giustizia, conversione.
Il Papa ha ricordato che questa pace nasce proprio là dove la vita è più ferita: tra chi ha perso tutto sotto le bombe, tra chi vive nella fame, tra chi fugge dalla propria terra, tra chi non trova lavoro o viene sfruttato, tra chi vive in condizioni disumane. È proprio lì che la pace deve germogliare. Richiamando i versi di un poeta, il pontefice ha evocato una pace che arriva come i fiori selvatici: all’improvviso, perché il campo ne ha bisogno. Una pace che non aspetta condizioni perfette per fiorire, ma cresce dove tutto sembra ostile, opponendosi alle narrazioni senza speranza con la forza ostinata della vita che rinasce.
RIPARTIRE DALLA VULNERABILITA'
«Le case della pace» servono anche a questo: a generare un linguaggio nuovo, a custodire la speranza quando sembra più difficile. E sono chiamate a diventare luoghi di accoglienza permanente delle fragilità, spazi senza barriere in cui nessuno deve mostrarsi forte per essere riconosciuto.
Luoghi che non selezionano, non filtrano, non chiedono requisiti: accolgono la vita così com’è, con le sue ferite e le sue contraddizioni. In queste «case» la vulnerabilità non è un limite da nascondere, ma il punto da cui ripartire; la comunità impara a sostenersi reciprocamente, a custodire le vite più esposte, a generare legami che resistono alla durezza del mondo. Sono spazi in cui la pace non è solo un progetto, ma un modo di abitare insieme, senza esclusioni, senza muri, senza paura dell’altro.

CASE DELLA PACE, LUOGHI SPIRITUALI
Ma le «case della pace» non sono soltanto luoghi sociali o generativi: sono anzitutto spazi di ricerca spirituale, dove la pace diventa cammino interiore, sosta nel silenzio e apertura al mistero di Dio. In esse la domanda su Dio non è mai esclusa né temuta: è accolta come parte essenziale del cammino umano.
Sono luoghi in cui ciascuno può fermarsi, pregare, ascoltare, discernere; dove la spiritualità non è fuga dalla storia, ma radice profonda che nutre la scelta della nonviolenza e la rende stile di vita quotidiano. La pace, prima di essere progetto umano, è esperienza che matura nell’incontro con un Dio che disarma il cuore e apre gli occhi a guardare l’altro con tenerezza nuova, come figlio di Dio e come fratello sempre amato.
Nei Vangeli, la nonviolenza di Gesù non è passività ma rivelazione: è il modo in cui il Figlio rivela il volto del Padre e come fedeltà radicale alla relazione con lui e con i fratelli: mite e disarmato, non alza la voce né risponde al male con violenza, ma offre l’altra guancia, perdona sulla croce e sceglie la via del Servo sofferente, disarmando così il cuore umano con l’amore che non si difende, amando fino all'estremo dell'amore, fino al dono di sé definitivo.

una tenerezza attiva
Un altro elemento decisivo del messaggio è l’invito a coltivare una «tenerezza attiva», una tenerezza che si fa gesto, cura, presenza. È la capacità di avvicinarsi alle ferite senza paura, di sostenere chi è fragile, di guardare l’altro non come un problema ma come una possibilità. «La tenerezza attiva» è la forma più concreta della pace ed è veramente alla portata di tutti: è la pace che si fa carne, che si fa prossimità, che si fa responsabilità.
Il messaggio del 1° gennaio per la Giornata Mondiale della Pace è un mandato. Ci chiede di essere artigiani di pace in un mondo che spesso sembra aver smarrito la sua vocazione alla fraternità. È un compito impegnativo, ma non impossibile.
PACE, GESTO PROFETICO E RIVOLUZIONARIO
La pace non è solo un progetto politico ma è un cammino personale e comunitario: nasce quando accettiamo di lasciarci disarmare per primi e quando costruiamo insieme spazi - vere e proprie case - dove questa scelta possa diventare contagiosa.
In definitiva, scegliere oggi la nonviolenza e una pace disarmata e disarmante, in un tempo segnato dal riarmo, dal disprezzo del povero e del debole e da una guerra combattuta a pezzi, è un gesto profetico e insieme profondamente rivoluzionario: un atto che contraddice la logica dominante e apre alla possibilità di un futuro diverso, dove la dignità umana e i diritti dell’uomo guidano ogni gesto e ogni decisione.


