A scuola dei poveri

di don Marino Poggi 
Vicario per la testimonianza e il servizio della carità
Direttore Caritas Diocesana di Genova

La premessa a questa necessità che tutti abbiamo di imparare a vivere è abbastanza evidente: è proprio di ogni creatura vivente essere in cammino e questo cammino è in concreto una parabola, un aprirsi e un chiudersi, un crescere e un diminuire. Per l’uomo in particolare la giovane età è il tempo dell’apprendimento, da viversi nella gioia della scoperta e nella fatica dell’ascolto. Semplificando si può dire che la “scuola” è lo strumento o meglio il luogo simbolico in cui vivere l’avventura della crescita. Ora la domanda che ci poniamo, anche in occasione della seconda Giornata Mondiale dei Poveri celebrata il 18 Novembre, è molto delicata: quali maestri scegliere perché la crescita sia orientata in modo da rendere feconda la nostra vita? Il cristiano conosce un ammonimento in più: “Non chiamare nessuno sulla terra ‘maestro’, perché uno solo è il Maestro: il Cristo”. Detto in parole diverse si può commentare: solo l’inviato di Dio ci dice autenticamente quale è il progetto del Creatore sull’uomo, progetto che pretese di falsa libertà possono distorcere e che Gesù è venuto a chiarire.

Ogni uomo tuttavia vive normalmente una scuola “elementare” che è la famiglia ed è immerso in una società che veicola e spesso impone obiettivi e strade da scegliere. Sta a ciascuno di noi fare riferimento alla propria libertà e rivendicare a sé un serio discernimento sulle mille proposte, pur nella consapevolezza che ingannarsi è facile e che il mestiere dell’“incantatore di serpenti” è diffuso, perché molto redditizio. Chi ascoltare con vera attenzione, al di là delle parole, per entrare in uno spirito rispettoso della propria dignità? Il Cristianesimo, come già l’Ebraismo, ci parla del dovere elementare dell’ascolto e ci invita a mettersi con tutta umiltà senza paura nella condizione di dovere cambiare, di non sapere già, di essere pazientemente in cammino. Anche la sapienza dei popoli ci da indicazioni simili, ci invita cioè ad ammirare lo “scolaro” o meglio, in parole più tecniche, il “discepolo”, colui che si affida e impara insieme a chi insegna.

Entrare in questa mentalità è possibile però diventando “poveri” e imparando dai poveri. Infatti il povero da imitare non è colui che si è lasciato andare ma colui che, all’interno di una comunità, ha gli occhi e gli orecchi aperti per vedere ed accogliere ciò che lentamente riesce ad assimilare e lo rende sempre più indipendente. Purtroppo il modo usuale di intendere i poveri è ben diverso, perché tende ad inserire il povero nell’insieme dei bisogni di cui la società dei consumi (che è sempre esistita) tiene il bandolo e di conseguenza il potere. Il povero di conseguenza è “colui a cui manca…” e il gioco è fatto, perché il potere sui poveri è la piattaforma del consumo. Al contrario, imparare dai poveri è dare loro dignità, ma soprattutto crescere insieme in libertà. Una prova evidente della indisponibilità ad imparare dai poveri sta nel fatto che istintivamente siamo portati a collegare il “povero” con il “vuoto”, dimenticando la beatitudine iniziale del Discorso della Montagna: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il Regno dei cieli”. Il vero povero è un maestro perché ha imparato o sta imparando a fare a meno di tante cose e la vera carità verso i poveri è possibile fuori dalla loro dipendenza, ma anche imparando la loro libertà.

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